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Maurizio Pini Photographer

PhotoReportage | NAT-GO! | Passione secondo Miradario – Marliana | PAG

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20121204 Marliana – Chies San Niccolò                                       

Il Collettivo NAT-GO! si esibisce nella performance:

“La Passione secondo Miradario”

Il collettivo è composta da:

 

Questa “Passione secondo Miradario” non vuole essere semplicemente una rappresent-azione, almeno nel senso teatrale del termine, della Passione di Cristo. Non è una simul-azione attoriale, né lo “Spazio” vi è inteso come un “palcoscenico” da predisporre per la “messa in scena”. Questa è una “Deteatralizzazione”, ovvero una “esperienza figuratista”, una “azione che si compie per la prima volta” (esperienza), senza per questo offrirsi in relazione ad una presunta “Realtà” o, specularmente, ad una “Verità”, come suo duplicato strumentale, attraverso delle “finzioni”, delle “rappresentazioni”, dei trucchi scenici o degli effetti speciali. In questa “Deteatralizzazione” le immagini si susseguono, si incastrano, si connettono tra loro in una serie infinita di combinazioni possibili, come in una sorta di rosone gotico, con la miriade di elementi interconnessi che non determinano, necessariamente, né percorsi né ritmi obbligatori. Questo permette l’estrema ricchezza nella varietà delle manifestazioni, con la combinatoria degli elementi costituiti (fonemi, sillabe, parole; colori, linee, piani, figure, forme, spazio; suoni, rumori, gesti, ecc.) a loro volta passibili di variazioni, con infinite disarticolazioni e articolazioni, frammentazioni mentali. La “Passione” non ha uno sviluppo ma mille possibili sviluppi. Nel leggere il testo la mente spazia, come una immensa Arca, che contiene il mondo e insieme lo genera e lo percorre in tutte le direzioni, ritrovando il punto di partenza ogni volta. Come AION, l’Eterno Bambino che gioca le sue infinite partite sulla scacchiera della vita, alla ricerca di una mossa definitiva che non si compie mai. Ogni mossa è una nascita. Ogni atto è un’alba la cui luce si riverbera su tutti gli atti compiuti e su quelli da compiere, generando con la loro sommatoria infinita, una ritmica danza, un canto corale, un multiforme e mutevole quadro. Tutto ciò si concretizza, s’incarna, nei risultati osservativi degli atti di coloro i quali ogni volta realizzano l’azione deteatralizzante, quindi i gesti dell’artista che disegna, dei danzatori, le tensioni sonore del pianoforte, della tromba o le ritmiche vibrazioni degli strumenti a percussione, la voce articolata o rotta dei lettori che non recitano nessuna parte, che non declamano retoricamente, ma sono invece voce e corpo, presenza vitale, che se soffre o gioisce non lo fa per simulazione. In questa urgenza, che è etica oltre che estetica, sta l’operazione che noi chiamiamo “deteatralizzazione”. Le immagini evocate con le parole risuonano con queste profondamente, generando altre parole e altri sensi, in una cornucopia di significati. Tutto ciò coinvolge attiva-mente, con azioni e reazioni, sia gli artefici diretti (gli operatori dell’azione deteatralizzante) che quelli indiretti (gli osservatori dell’azione che con la loro attenzione contribuiscono a determinarne i confini e il carattere. Tali sono gli stessi operatori nei momenti di pausa). La risultante, in termini di comunicazione, non si può monetizzare, quantizzare, calcolare, è in questa impossibilità la sua complessità, la sua ricchezza, il suo valore artistico indiscutibile. Un’azione teatrale è finzione in quanto simula i vari “stati d’animo”. Questi si dicono “emozioni” quando vengono considerati come il riflesso di una certa situazione. Si parla di “commozione” quando ad esser correlati sono una certa situazione ed un “sentimento”. Secondo Ippocrate l’“humor”, ovvero l’“umore” della persona dipendeva in tutto e per tutto da aspetti fisici, ovvero, dalla miscela (il “temperamentum”) di 4 liquidi del corpo umano, tra loro in armonia o disarmonia: “sangue”; “flemma”; “bile gialla”; “bile nera”. Dal prevalere del liquido corrispondente dipendono i vari caratteri: “sanguigno”; “flemmatico”; “collerico”; “malinconico”. Ancora oggi in alcune metafore del nostro linguaggio quotidiano, e purtroppo anche in teorie ritenute scientifiche, trapela questa antica teoria filosofica di stampo prettamente fisicalista. Proprio per questo è fondamentale promuovere la consapevolezza operativa su come si procede mentalmente nel costituire e quindi distinguere il piano mentale, psichico e fisico, senza cedere alla facile semplificazione che ci porterebbe ad identificarli ponendo tra esse delle correlazioni obbligate. Il subtrato chimico-fisico non può coincidere con gli aspetti prettamente psichici o mentali, ma non per motivi misteriosi, solo perché si conseguono con operazioni diverse.

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Testo critico di Stefano Gambini.